PALAZZO DELLE ALBERE
Presentazione storica di Palazzo delle Albere
Villa suburbana collegata un tempo alla città da un portale lapideo e dal lungo viale alberato che le diede il nome, essa aveva l’accesso principale rivolto a est. Da questo lato, opposto al fiume, la facciata presenta ancora tracce della decorazione murale e il motivo architettonico della doppia serliana sovrapposta. Attualmente isolato dalla città dalla ferrovia e da alcuni insediamenti industriali, era circondato da un ampio prato che arrivava sino all'attuale Cimitero municipale ed era collegato all'area immediatamente fuori le mura di piazza di Fiera da un lungo viale che sbucava in corrispondenza di una bella porta rinascimentale ancor oggi visibile in via Santa Croce (i «Tre Portoni»).
La
villa, più volte manomessa, si trovava in uno stato di abbandono pressoché
totale fin dal Settecento. è stato soggetto ad un
restauro recente che lo ha riportato all’originaria bellezza del passato. Solo nella seconda metà di questo secolo si è
provveduto ad un suo pieno recupero; negli anni Cinquanta vennero intrapresi
alcuni restauri da parte della Soprintendenza, seguiti da quelli più massicci
che la giunta provinciale di Trento condusse all’inizio degli anni Settanta.
Dal 1981 il Palazzo accoglie collezioni d’arte moderna e contemporanea; dal
1987 è tuttora una delle tre sedi del MART.
Tuttora non si conosce con sicurezza la data di fondazione dell’edificio. Innalzato probabilmente intorno al
1550probabilmente venne eretto all’epoca del Concilio di Trento, per volontà
dI Gaudenzio Madruzzo (successore di Bernardo Clesio), padre del futuro Cardinale Cristoforo, che
resse il Principato durante tutto il Concilio, ed eretto su progetto di Francesco
Chiaramella da Gandino, ingegnere militare del cardinale. Forse già nel 1549
era in grado di accogliere il principe di Spagna Filippo, figlio di Carlo V;
certo è che nel 1553 si presentava del tutto terminato.
Esso fu poi abbellito e rifinito per opera della famiglia Mandruzzo, tanto da divenire dimora estiva dei principi vescovi, degna del palazzo clesiano. Dopo il Concilio, finita la serie dei Vescovi Madruzzo, il palazzo degrada fino al 1796, quando un grande incendio ne distrugge l'ala orientale. Nello stesso tempo l'entrata di Napoleone in Trento, come conquistatore, determina la fine del Principato Vescovile.
Nel 1858 si ha la deviazione dell'Adige, la nuova Ferrovia e, poco più tardi, la costruzione dei due Cimiteri e del Seminario per cui la zona cambia profondamente di aspetto e il palazzo è declassato a umile casa di contadini.
Nel 1966 il palazzo fu acquistato dalla Provincia Autonoma, fu ripristinato nel miglior modo e adibito a Sezione d'Arte Moderna e Museo Provinciale d'Arte.
Nulla
o quasi resta del ciclo di pitture che narrava vita e imprese di Carlo V. La
saletta col camino, nell’angolo nord-est, conserva invece larghi tratti del
fregio con i dodici mesi, simboleggiati dai lavori agricoli. Al secondo piano è
stato salvato un nucleo più consistente di affreschi rinascimentali, dove finte
architetture si aprono su paesaggi immaginari, con rovine e castelli.
Nel torrino di sud-est sono rappresentate le figure allegoriche delle sette Arti
liberali: Grammatica, Logica, Retorica, Aritmetica, Musica, Geometria,
Astronomia. La torre a nord-est ospita un altro ciclo, che raffigura le quattro
virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) e le tre Virtù
teologali: Fede, Speranza e Carità. Sono, questi, gli unici dipinti che abbiano
trovato una paternità: li eseguì Marcello Fogolino.
A
Palazzo delle Albere è attualmente esposta
la collezione permanente del museo, a completamento della vivace attività
espositiva temporanea e di quella didattica. Il palazzo raccoglie oltre 2000 opere tra dipinti, incisioni, disegni
e sculture dal Romanticismo all'arte del '900 con particolare attenzione al
Futurismo.
Accanto ad artisti dell’area più propriamente secessionista e mitteleuropea
fine ottocento inizio novecento, quali Giovanni Segantini, Luigi Bonazza, Tullio
Garbari, Umberto Moggioli, la collezione permanente presenta uno spaccato di
altissima qualità della migliore pittura italiana di Novecento proveniente dal
deposito Giovanardi, con opere di Morandi (ben 21 dipinti tra cui una rarissima
composizione futurista del ‘14 e alcune tra le più significative nature morte
degli anni Cinquanta), Carrà, Sironi, Campigli, Marino e Martini. Interessante
anche la presenza dell’arte italiana del secondo dopoguerra,
dall’astrattismo all’informale, con opere di Fontana, Vedova, Tancredi,
Afro, Melotti, Licini.
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