VILLA MANIN
Villa Manin a Passariano di Codroipo (UD)
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Grandiosa e regale, ci accoglie nell'abbraccio delle sue barchesse Villa Manin di Passariano |
Villa Manin, il più importante esempio di vita veneta del Friuli, ha un fascino indimenticabile per le dimensioni imponenti, per l'eleganza delle forme, per la ricchezza decorativa e per il grande equilibrio tra architettura e ambiente. Il complesso architettonico fu realizzato nella seconda metà del Seicento, ma assunse l'aspetto attuale nel corso del Settecento con imponenti lavori di ampliamento e trasformazione che definirono l'aspetto della villa e del piccolo borgo di Passariano, che conserva ancora la suggestione del passato. Chi visita oggi Villa Manin in provincia di Udine, avverte una sensazione di passata grandezza: una suggestione strana che dispone ad un godimento estetico più intimo e intenso.
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Villa
Manin Passariano di Codroipo (UD) Sede delle puntate italiane dei giochi trasmessi nel 1972 e nel 1993. |
Villa Manin a Passariano, vero e proprio canto del cigno della nobiltà veneziana ormai esangue, dimora dell'ultimo, malinconico doge della Repubblica Veneta, Ludovico Manin, che qui si ritirò sul finire del '700.
La Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici del Friuli-Venezia Giulia effettua una prima campagna di restauro che restituisce nuova vita alla residenza dell’ultimo doge della Serenissima Repubblica di Venezia. Nel 1971 la Regione attua le proposte da tempo avanzate dall’ambiente culturale e politico che prevedono l’utilizzo della storica dimora per attività d’interesse regionale, come sede di rappresentanza, mostre, manifestazioni espositive e, soprattutto, come prestigioso luogo per attività culturali e scientifiche.
Nell’estate
del 1971, la villa viene riaperta e restituita alla pubblica fruizione
con la mostra inaugurale dedicata al Tiepolo. Nel contesto della nuova
destinazione, la Regione istituisce il Centro
di catalogazione e restauro dei beni culturali
situandolo in un’ala della villa, a cui dopo il terremoto che sconvolge ripetutamente e duramente il
Friuli, nel 1976 è stata annessa una Scuola
di restauro, con la finalità di formare restauratori altamente qualificati
abilitati a riparare, prontamente e con professionalità, i danni
arrecati dal sisma al patrimonio d’arte regionale.
La Villa, che è divenuta sede di
manifestazioni d'arte di grande prestigio (basti pensare alle Mostra
inaugurale del
Tiepolo del 1971 e quella sui Longobardi del 1990), contiene anche una zona
museale di notevole interesse per il turista. Esposizioni
fisse sono una raccolta di carrozze antiche e una ricca armeria, con pezzi provenienti dalla Casa della
Contadinanza di Udine; molte delle sue 350
stanze sono state arredate con mobili
d'epoca e con dipinti del Museo di Udine, compresa la così detta Camera di Napoleone,
in cui dormì il celebre imperatore, che qui firmò
il trattato di Campoformido nel 1797.
L'Achitettura
Il primo nucleo della costruzione risale
agli inizi del XVI secolo, allorché Antonio Manin, entrato in possesso della gastaldia
di Sedegliano, fece erigere a Passariano una casa padronale, rispondente
più alle esigenze della vita agricola che di rappresentanza, sfruttando
un edificio preesistente che rimase così inglobato nella barchessa di
sinistra. Spettò al nipote Ludovico, secondo la tradizione, nel secolo
successivo, il compito di apportare una sostanziale trasformazione
all'edificio. Manin si avvalse della consulenza del progettista Giuseppe Benoni
(1618-1684), che ha fatto proprio l'insegnamento del grande architetto
Andrea Palladio.Con Manin e Benoni la lezione di Palladio si carica
di accenti barocchi, il quale riusciva
a rendere accessibili e cordialmente umane le sue classiche architetture,
grazie ad un nuovo schema costruttivo, inserendole
armoniosamente nel paesaggio naturale e in cui l'eredità classica veniva
riproposta attraverso la ricerca di valori cromatici e soluzioni
illusionistiche.
Ulteriori modifiche ed arricchimenti si avranno nella
prima metà del Settecento, con l'aggiunta della cappella e
dell'esedra. È comunque probabile che il Manin, oltre alla consulenza
del Benoni, si
sia avvalso della consulenza di Baldassarre Longhena o di Giuseppe
Sardi, zio di Domenico Rossi, famoso architetto della Serenissima e uomo
di fiducia della famiglia Manin che nei primi anni del Settecento diede
l'impronta definitiva e geniale al complesso,
imprimendogli un andamento del tutto nuovo per vivacità ed
articolazione.
A lui si attribuisce l'idea di sopraelevare il nucleo
gentilizio e la costruzione delle barchesse, gli alti portici che
partono ad angolo retto dalla facciata; la creazione dell'esedra
porticata a forma
di ferro di cavallo si conclude a sud con le due torri, e il suo
raccordo alle barchesse tramite due portali ornati da nicchioni,
quasi come delle quinte teatrali, accentuano l'effetto scenografico di
tutta la costruzione. Domina il grandioso insieme la casa padronale, a
tre piani, sormontata da un timpano al centro, opera di Giorgio Massari
che concepì anche l'innalzamento della stessa e delle barchesse verso
la metà del Settecento. La facciata acquista così una gradevole
animazione luministica in virtù delle semicolonne che sostengono la
bella balconata, delle cornici aggettanti, delle profilature in pietra e
delle parti rientranti. Dalla scalinata frontale, dopo aver attraversato
il cortile d'onore chiuso anteriormente da un muretto e da un magnifico
cancello in ferro battuto, si accede all'ampio salone principale che si
eleva sui tre piani d'altezza.
Lo spazio
centrale diventa un osservatorio privilegiato dove
cogliere la grandiosità dell'insieme, il suo rapporto con
l'esterno, la bellezza e l'armonia dei decori, con le due
peschiere e la dovizia delle statue.
Oltre che come pregevole opera
architettonica, Villa Manin è importante anche per le
settecentesche opere d'arte che conserva. La villa è arricchita da affreschi di Ludovico Dorigny,
Amigoni e Pietro Oretti,
tele del Fontebasso e da sculture del Torretti. In una sala a levante, nel 1708, il
parigino Ludovico Dorigny affresca nel soffitto, entro il tondo
centrale, il Trionfo della primavera e nei quattro ovati minori che lo
attorniano l’Allegoria dell'Amore, della Gloria, della Ricchezza,
dell'Abbondanza. La sua pittura dai colori freddi e smaglianti che
predilige figure eleganti su sfondo di limpidi cieli ed adotta soluzioni
spericolate (amorini e ninfe su nubi che vanno al di là della cornice)
risulta nel complesso accademica e convenzionale.
Alle
pareti, in monocromo su sfondo dorato, dipinge alcune scene con Apollo e
Marte, Venere e Bacco, Giudizio di Paride, e Pan e Siringa tra varie
figure allegoriche. Rese gradevoli dal chiaroscuro di gusto francese,
dalla precisione linearistica, da un mirabile equilibrio, ad esse si
ispirerà il giovane Tiepolo chiamato ad operare nell'Arcivescovado di
Udine nel 1726-30.
| A Villa Manin dimorò l'ultimo Doge di Venezia, come abbiam gia detto, Ludovico Manin; vi si intrattennero per una notte, fra il 27 ed il 28 agosto 1797, Napoleone Bonaparte e Giuseppina Beauharnais ed è proprio in questa villa che venne firmato il trattato fra Francia ed Austria noto sotto il nome di “Campoformio” (17 ottobre 1797). |
La Chiesa
All'esterno della villa, addossata alla barchessa orientale, ed a questa collegata tramite la sacrestia impreziosita da altari marmorei e dipinti, sorge la cappella gentilizia dedicata a Sant'Andrea, a pianta centrale (ottagono irregolare), la cui facciata con colonne binate, architrave e timpano, riflette i caratteri dell'arte palladiana. Eretta all'inizio del XVII secolo, molto probabilmente dallo stesso Domenico Rossi, è estremamente ricca di elementi decorativi tra cui spiccano gli stucchi e i marmi: è un esempio di come architettura, scultura, pittura, se perfettamente integrate, possano dar vita ad un armonioso insieme. Domenico Rossi (1707-1718) collaborò con un'équipe collaudata: lo scultore Giuseppe Torretti (1719-1723), lo stuccatore Abbondio Stazio, il pittore Louis Dorigny, insieme a numerosi artigiani veneti. Le due finestre a grata ai lati dell'altare permettevano ai nobili di seguire la funzione non visti dal popolo.
Nella Cappella Manin il veneziano tiepolesco Fontebasso dipinge
in due quadroni monocromi Scene della vita di Adamo ed Eva. Ma più
importante è la decorazione in marmo realizzata nella cappella da
Giuseppe Torretti, il maggior scultore veneto del Settecento, che tanti
scolari o seguaci lasciò anche in Friuli dove a lungo operò. A lui si
debbono l'altare di destra con un Miracolo di Sant'Antonio e quello di
sinistra con il Transito di S. Giuseppe, armonica sintesi di linea e
volume. L'altare maggiore, con Madonna con Bambino e i Ss. Ludovico e
Andrea ai lati, rivela sicura padronanza della materia e nitore
classicheggiante della forma: è stato di recente attribuito a bottega
dei Marinali. In precedenza lo si riteneva eseguito dal Torretti al
quale comunque spetta lo scenografico velario. Nella splendida Sagrestia
lo scultore lascia ancora un Crocifisso nel quale rinuncia
all'esuberanza formale esteriore, una Madonna con Bambino che
rappresenta nel linearismo concitato e scattante e nel panneggio morbido
e fluente una delle sue migliori realizzazioni, e due pannelli
raffiguranti l'uno l'Immacolata Concezione con i suoi effetti, l'altro
l’Addlorata con le sue cause.
Il Parco
La
facciata posteriore della villa si affaccia su un vasto parco alla
francese con prati verdi alternati a maestosi alberi esotici e europei,
collinette e stagni ornati da statue e fontane, il tutto teso a ricreare
l'atmosfera mitica del mondo dell'Arcadia: uno scenario, con viali
impreziositi da gruppi statuari e grandi vasi ornamentali di pietra che
contornano le serre, che invita a lunghe passeggiate.
Il progetto del parco, che fu eseguito nel 1714 sul modello di
Versailles,
con una spiccata varietà di forme, con
l'esaltazione dei fondali e delle scenografie naturali,
alimentate da riferimenti mitologici e fabulatori, si complica nelle invenzioni e negli artifici ad opera di
Giovanni Ziborghi
e dei Bonazza, facendo di questo luogo il giardino delle
"delizie" della
famiglia Manin. Il rifacimento del parco
durante l'Ottocento è da attribuirsi a Giannantonio Selva e, in
seguito, a Pietro Quaglia: lo stile tardoromantico, con l'ampio prato
centrale circondato da gruppi compatti di vegetazione, caratterizza
ancora l'assetto attuale.
GLI INTERNI
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Europa e Asia, particolare del gruppo lapideo di G. Bonazza (1730 circa), parco di Villa Manin a Passariano (dopo il restauro). | ![]() |
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VEDUTE ESTERNE
