Giochi senza frontiere … quarant’anni dopo
Il debutto dell’Italia ai Giochi: sfida tra Camogli e Orange
(Tutto il testo è tratto dal libro «Giochi senza frontiere. Trent’anni di Giochi» di Gianni Magrin, pp. 92-93)
Il
primo incontro dei Giochi, tra la
Francia e la Germania, si consumò con una netta vittoria della città tedesca
di Warendorf sulla francese Dax, che alla vigilia sognava di inaugurare con un
primo posto il torneo promosso proprio dalla Francia. Nella
seconda puntata, era in lizza Orange (un’altra cittadina francese)
contrapposta all’italiana Camogli. Come nel primo incontro, le otto prove (sei
giochi e due domande sulla cultura europea), erano spartite con collegamenti in
diretta: quattro si disputavano in Francia, nell’antica arena d’Orange, e
quattro in Italia, sul porto di Camogli. Guy Lux era il presentatore d’obbligo
per i Giochi d’oltralpe, Enzo
Tortora per gli italiani. Giudici e arbitri operavano dagli studi di Zurigo. Fu
Camogli ad aver l’onore di dare inizio alla sfida. Il primo gioco proposto
consisteva in una corsa di giovani barman dentro
reti da pesca, simili a un’amaca stese sopra un braccio di mare. Un ragazzo
per squadra doveva portare fino al traguardo - per quattro volte - un vassoio su
cui si trovavano cinque bicchieri colmi d’acqua marina. Al traguardo era posto
il famoso padellone, fonte di delizie per gli abitanti della città ligure,
utilizzato per la "frittura pubblica" nel giorno di san Fortunato,
patrono dei marinai. La
gara si annunciò subito entusiasmante, specie per le goffe cadute in acqua
degli "acrobati" italiani e per i grovigli di vario genere dei
"cuochi" francesi: i molti vassoi volarono come frisbee
nell’aria. La corsa sulle reti si concluse con un perfetto pari merito: 20
bicchieri portati da Camogli e 20 da Orange. Un punto a testa. Per
il secondo gioco la linea passò a Guy Lux ad Orange, per la prova degli
"astronauti". Marinai del futuro, passeggiavano nel cielo a testa in
giù, anche se pètanques magnetiques
sembra un nome più elegante per una gara di bocce condotta in questa posizione.
Un concorrente per squadra sospeso per aria,
capovolto, attaccato con le suole delle scarpe a due magneti, doveva lanciare
dieci bocce centrando delle avversarie sedute sul seggiolino di un’altalena.
La difficoltà del gioco non era solo la posizione scomoda dei lanciatori,
sospesi in verticale, ma l’arrivo delle immancabili e imprevedibili vacchette
francesi, che correndo goffamente intorno all’arena seminavano scompiglio e
panico. Bravi i mattatori francesi che prevalsero sugli italiani. Divertito il
pubblico. Nel
terzo gioco si ritornò a Camogli per uno "spogliarello-vestirello" in
equilibrio su un filo metallico a circa quattro metri dal mare. Gli atleti si
aiutavano nel difficile compito con un altro filo, gemello del precedente, ma più
alto, sul quale erano appesi dei vestiti. I "nottambuli" dovevano
liberarsi dagli abiti indossati ed effettuare il cambio con la biancheria
"pulita" stesa ad asciugare. Gara rapidissima. I nostri ragazzi, in
meno di un minuto, riuscirono a indossare pantaloni, giacca, cappello e
scarpette in perfetto equilibrio, senza mai cadere in acqua. Camogli 3 punti,
Orange 3.
La squadra di Camogli
Alla fine gli italiani portarono ai piedi della statua 28 cubi, uno in meno dei francesi, tuttavia anche questo gioco terminò in pareggio poiché il cubo della discordia non era stato portato in modo regolare. La gioiosa serata a questo punto riservava una spettacolare ed elettrizzante prova di tiro alla fune, tra le due imbarcazioni avversarie. Camogli, abituata all’acqua e alla fatica, resistette ai muscoli dei sorprendenti francesi; con un colpo di braccia e di reni deciso, si impossessarono della fune e fecero traballare i marinaretti transalpini. Qualcuno addirittura provò l’ebbrezza di farsi riprendere in diretta dalle telecamere mentre cadeva plasticamente in acqua. Contenti furono così i lupi di mare italiani che superarono di due lunghezze i cugini francesi: 6 a 4. Ancora le vacchette nel gioco delle "botti in sospeso". Dieci recipienti pesantissimi dovevano essere trasportati nei luoghi prestabiliti… torello permettendo. Camogli al settimo cielo. Giulio Marchetti, voce fuori campo, era emozionantissimo; Enzo Tortora gioiva per un altro risultato pieno. Camogli 7, Orange 4. Esaurite le gare ludiche, si passò alle prove mnemoniche. L’Italia si affidava a due giovani liceali pieni di talento: Elena e Roberto. Si partiva con Guy Lux. Gli esaminandi, chiusi dentro una cabina spaziale, simile a quella, ben nota ai lettori italiani, della famosa trasmissione contemporanea dei Giochi, Lascia o raddoppia?, si preparavano a rispondere a domande di cultura europea. Di originale, per queste due domande ai "cervelli", c’era il sistema del marca-tempo: "il cronometro umano". Un atleta della squadra avversaria doveva eseguire una certa prova di velocità o di forza; non appena veniva conclusa, toglieva ai candidati "intellettuali" la possibilità di fornire la risposta. Una specie di "braccio e la mente" antagonisti, anziché alleati. Per Camogli le sorti si invertirono: sfortunata nel gioco, emozionata nelle risposte: 7 a 5. Questa volta per i giovani di Orange. Felice Guy Lux, la troupe francese, sicuramente De Gaulle; applausi e giro d’onore a vincitori e vinti. Camogli, sconfitta, ma con onore! Il nostro gruppetto in trasferta si consolò prolungando la vacanza in Francia di qualche giorno, approfondendo l’amicizia con i concorrenti di Orange.
Due schemi di gioco di alcune prove svoltesi a Camogli
I giocatori di Camogli, quelli che ospitarono i Giochi, si prestarono a loro volta a fare gli onori di casa rendendo gradevole, familiare e "senza frontiere", il soggiorno dei cugini francesi. Durante l’estate la carovana dei Giochi si spostò in altre città dell’Europa e dell’Italia, facendo parlare di sé in televisione, nei titoli dei giornali, nelle piazze, nelle osterie. Ad Ischia e ad Orvieto, che avevano partecipato a più edizioni della Prima serie, diventò quasi una moda parlare di questo strano torneo di giochi e di quiz, di piani inclinati e di piste saponate, di vaccarelle furibonde all’inseguimento dei mattatori e di palloncini bucati, tanto che i concorrenti venivano chiamati bonariamente dai loro cittadini: "i giovani senza frontiere". E le città partecipanti non persero l’occasione di candidarsi ai Giochi gli anni successivi, patrocinando anche i paesi vicini.